VANUATU, TRA GLI ULTIMI CANNIBALI DELLA TERRA
Quanti amano il turismo di avventura, i viaggi di scoperta nei luoghi più reconditi del pianeta a contatto con una natura incontaminata e con popolazioni selvagge che vivono in maniera peculiare secondo modalità arcaiche in una loro dimensione temporale non intaccata dalla modernità – cosa sempre più difficile nel mondo globalizzato di oggi – faranno bene a prendere in considerazione le Vanuatu, un angolo di terra davvero remoto. Si tratta di un arcipelago del Sud Pacifico composto da 83 isole tra grandi e piccole, alcune anche disabitate, disseminato in verticale in un angolo di oceano grande tre volte l’Italia (ma con una superficie totale quanto metà della Sicilia) a 2.400 km ad est della costa orientale dell’Australia. Questo arcipelago vulcanico della Melanesia, ricoperto da un’esuberante vegetazione tropicale, è noto soprattutto perché una delle sue isole maggiori, quella di Santo, ospitò durante la 2° guerra mondiale la più consistente base militare terrestre alleata del Pacifico, qualcosa come 250 mila soldati e 100 navi. Non è che la civiltà non sia mai approdata da queste parti: nell’Ottocento vi giunsero avventurieri di ogni risma, a caccia di schiavi e dei preziosi alberi di sandalo, missionari e coloni occidentali, e fino al 1980 fu una strana colonia gestita in condominio tra Francia e Gran Bretagna; ma la presenza straniera si limitò ad alcune isole, o soltanto alle coste di altre. Perché l’interno si presenta spesso decisamente accidentato, con montagne e picchi inaccessibili, vulcani attivi e fumarole, falesie, cascate, grotte e canyon, e poi una giungla intricata e a volte impenetrabile, abitata da una popolazione selvaggia non sempre ospitale. La natura domina sovrana, incontaminata: tre quarti del territorio si presenta coperto da foreste tropicali e praterie, che ne fanno un vero eden botanico, con enormi baniani grandi come campi da calcio, imponenti kauri millenari, odorosi sandali, tante palme, bambù e 158 varietà di orchidee. Parecchie sono le piante endemiche, cioè che si possono trovare soltanto qua, così come gli animali, i pesci e gli uccelli. Tra gli animali spiccano i megapodi, grandi come tacchini, gli enormi pipistrelli, gli innocui boa del Pacifico, i gustosi granchi terrestri, le tartarughe marine e i rarissimi dugonghi e i coccodrilli marini.
Assieme allo straordinario contesto ambientale, i Nambas, la popolazione indigena di pelle scura, costituiscono la grande attrattiva di questo paese, molto ricercati dagli antropologi. Abitano in piccoli villaggi di capanne, a terra o sugli alberi, nella foresta ad un livello di civiltà fermo alla preistoria, vivendo di piccoli orti, caccia, pesca e allevando maiali, considerati l’unica vera ricchezza. Accendono ancora il fuoco sfregando due legnetti, usano strumenti elementari di pietra, osso e corno e trascorrono parecchio tempo a chiacchierare, cantare, suonare e a ballare sorseggiando kava, una bevanda rilassante e inebriante ottenuta da una radice. Le donne indossano gonnelline di rafia e foglie, gli uomini un minuscolo perizoma oppure soltanto un astuccio penico. Le funzioni delle vesti la compiono i tatuaggi e le argille colorate, spesso cosparsi in tutto il corpo, le maschere o le piume degli uccelli di cui si adornano. Assai superstiziosi, credono e praticano la magia e sono pieni di regole e di tabù, comportamentali e di luogo, che non bisogna affatto violare. Ricevono volentieri gli stranieri, anche se sono gli ultimi cannibali della terra, non per mangiarli ma per potersi esibire nelle loro pregevoli danze, al suono di tamburi, flauti e conchiglie, e raggranellare qualche mancia per poter mandare i figli a scuola. Anche se non sono stati pochi i missionari finiti in pentola fino a non molto tempo fa, il cannibalismo – ufficialmente bandito dal governo, ma ancora praticato nei villaggi più remoti – costituisce per loro una pratica essenzialmente rituale e irrinunciabile, esercitata soltanto nei confronti dei nemici vinti o dei membri reprobi della tribù. Cannibali si, ma istruiti. Infatti in ogni villaggio di Nambas, anche il più isolato, si trova sempre qualcuno che parla almeno quattro lingue: l’inglese e il francese appresi a scuola, il bislama (un inglese semplificato che rappresenta la lingua nazionale) e uno dei 108 dialetti locali, compreso magari soltanto da poche centinaia di individui. Tra di loro si dividono in Big Nambas e Small Nambas, ferocemente avversi: la differenza è data dalle dimensioni dell’astuccio penico, non da quello che c’è sotto. Molto apprezzato dai visitatori, assieme alla kava, anche il rito del naghol, il più famoso di tutta la Melanesia, che si svolge nell’isola di Pentecoste: si tratta del salto fatto dagli uomini da torri alte 35 metri con una liana legata alle caviglie, fino a sfiorare la terra con i capelli; l’antenato del moderno bungee jamping, praticato però da secoli per invocare la pioggia
Il cannibalismo, vale a dire la pratica di cibarsi di membri della propria specie, risulta diffuso nel mondo animale e accompagna l’uomo fin dalla più remota preistoria; rappresenta un atto rituale peculiare all’interno di culture primitive, dove il mangiare carne umana conferisce per traslato al mangiatore i poteri del mangiato. In Papua Nuova Guinea è cessata soltanto attorno al 1960 la macabra usanza di cibarsi dei morti, come estremo gesto d’amore e di rispetto, dopo aver sottoposto le carni a lunga cottura. Risulta accertato che vi ricorresse l’uomo di Neandertal, vissuto in Europa tra 125 e 35 mila anni fa durante l’ultima glaciazione, quando l’habitat non offriva grosse risorse alimentari, come abbiamo prove per gli antichi Aztechi mesoamericani, per gli indiani Anasari di Mesa Verde nel Nord America prima del 1200 d.C., per i Kmer Rossi durante il genocidio cambogiano del 1975-79 e nel 1980 per gli indigeni Wari nella foresta amazzonica occidentale brasiliana. Storici, esploratori, geografi e archeologi hanno parlato spesso di antropofagia, in epoche diverse e in parecchie parti della terra, ma il più delle volte senza fornire prove certe, per cui potrebbe trattarsi soltanto di miti o di semplici illazioni, in quanto in realtà il cannibalismo costituisce un tabù assai radicato nell’uomo, in particolare nelle società appena civili, ancor più dell’incesto. Gli antropologi differenziano il fenomeno in endocannobalismo, che consiste nel mangiare membri defunti del proprio gruppo per non disperdere le risorse magiche, dall’esocannibalismo, cibarsi cioè di membri di un altro gruppo rivale per appropriarsi delle loro risorse magiche, impoverendo così il nemico. Alle Vanuatu, pur in siti remoti ma sempre facilmente accessibili e comunque a poche ore di barca o di volo da luoghi e persone civilizzati, fa una certa impressione pensare che questi indigeni coreografici e ospitali, capaci di parlare inglese o francese e apparentemente cristianizzati, possano uccidere e cibarsi di loro simili allo stesso modo come fanno con i maiali. Certo nessuno ne parlerà apertamente, e tanto meno potrete vederlo con i vostri occhi perché ovviamente si tratta di una pratica vietata e severamente punita dalla legge, ma tutti sanno che nei villaggi più reconditi di Malekula, Pentecoste, Tanna, Erromango, Santo e in altre isole la si pratica ancora, così come in diversi villaggi vi porteranno per prima cosa a vedere la pietra del sacrificio, i namanghè, dove appunto spaccano il cranio e smembrano i cadaveri, come usano fare con i suini.
Comunque alle Vanuatu i cannibali Nambas non esauriscono le attrazioni degne di interesse. Sulle coste, celate tra baie, insenature, promontori, e scogliere possiede spiagge immense e deserte ombreggiate da palme, alternandone bianchissime di corallo a nere di lava, dove crogiolarsi al sole, fare snorkelling, surf o pescare in tranquille lagune verdi. E le spiagge si affacciano su uno dei mari più belli, vari e incontaminati del pianeta, con immense barriere coralline, vulcani sottomarini e grotte abitate da una miriade di policromi pesci tropicali, con delfini, squali, tartarughe e balene che scorazzano nelle acque calde tra colorate tridacne giganti, e con innumerevoli relitti sommersi dell’ultima guerra a fare la gioia di ogni sub. Nelle acque di Tanna si può nuotare assieme ai dugonghi, gli ormai rarissimi sirenidi che diedero vita al mito delle Sirene, oppure osservare nell’interno una mandria di 700 cavalli selvatici; qui si può anche salire fin sul cratere del vulcano Yasur, alto appena 360 metri, che è uno dei vulcani più attivi della terra ma al tempo stesso anche uno dei più facilmente accessibili: un’esperienza davvero unica, con il suolo che rantola e trema sotto i piedi. Un po’ ovunque si possono scendere cascate in corda doppia, discendere torrenti in raftinf ed esplorare grandi caverne popolate da innocue colonie di pipistrelli. In parecchie isole esistono poi resort di gran lusso ed elevato comfort, affacciati quasi sempre su panorami mozzafiato, dove gustare una deliziosa cucina franco-melanesiana, e anche divertirsi in locali con musica dal vivo, casino e campi da golf.
Il tour operator torinese “Explorando” (tel. 011 54 05 20, http://www.explorandoviaggi.it) è tra i primi e i pochissimi in Italia a proporre soggiorni e viaggi nell’arcipelago di Vanuatu. Si può scegliere tra soggiorni balneari nei più confortevoli resort, con partenze individuali (minimo 2 persone) settimanali con voli di linea via Hong Kong e Sidney e programmi di escursioni e di attività a terra e in mare personalizzati, oppure un tour esplorativo di gruppo di 20 giorni, con partenze fisse tra aprile ed ottobre 2008, con visita alle coste e all’interno di diverse isole, compresi i villaggi Nambas; l’itinerario con voli da Roma, pensione completa nei migliori alberghi e guida italiana costa da 5.200 euro.
LA TERRA DEI NAMBAS